Servizio sanitario: noi lo paghiamo, per noi deve lavorare!

Invitiamo alla lettura del seguente contributo di Carlo Romagnoli che riassume il senso e le prospettive della legge di iniziativa popolare per democratizzare il nostro servizio sanitario, e fa il punto su questa importante campagna per il bene comune della salute dopo l’audizione in Consiglio Regionale di Giovedi 10 Luglio.

Noi lo paghiamo, per noi deve lavorare!

Sulla legge di iniziativa popolare per democratizzare il nostro servizio sanitario

Quando nel 2009 scoppiò lo scandalo per “l’uso privato del pubblico” riscontrato, al di là degli effettivi risvolti giuridici, nella gestione della ex ASL3 di Foligno e che portò alle dimissioni dell’allora Assessore alla Sanità Riommi, in Umbria molti cittadini, associazioni consumatori e società scientifiche iniziarono a riflettere sulle modalità con cui un servizio sanitario potesse essere sottratto alla sostituzione dei fini operata da amministratori e dirigenti, eletti i primi e pagati i secondi proprio per garantire la rispondenza a bisogni di salute e di assistenza.
La “conricerca” realizzata nel 2009-2010 dal “Comitato per la democratizzazione del nostro servizio sanitario” fece emergere come proprio l’aziendalizzazione della sanità, inappropriata sia per le caratteristiche proprie del bene salute che per il particolare funzionamento della sanità in quanto organizzazione professionale, avesse mutato la natura del servizio sanitario, che, nato per favorire la partecipazione dei cittadini alla tutela della salute, si è trasformato sotto i nostri occhi in una struttura sempre più autoritaria, tecnocratica ed autoreferenziale, dove gruppi di interesse particolare possono esercitare, attraverso dirigenti nominati in ossequio al principio di obbedienza, scelte a favore di se stessi.

Il grande bagno di democrazia del referendum popolare con cui 27 milioni di cittadini – 58% degli aventi diritti al voto, una percentuale impensabile per chi oggi, “forte” del voto di un italiano su cinque, si arroga il diritto di fare a pezzi la Repubblica italiana per sostituirla con una repubblica funzionale alle elites del mondo finanziario ed ai settori politici più coinvolti nella corruzione e nel malaffare – hanno detto no al nucleare (esprimendo con ciò amore per la vita presente e futura e visione strategica) e chiesto una gestione del bene comune acqua che la sottraesse alla smania di profitto dei capitalisti, ha ovviamente “contaminato” la nostra riflessione, rafforzando la battaglia per la democratizzazione della nostra sanità.

Si è così aperta la discussione, cruciale, sulle forme possibili di gestione: se in sanità il modo di gestione privato non funziona (non troverete in letteratura scientifica un solo articolo serio che ne dimostri la capacità di tutelare la salute di una popolazione), quello “pubblico” ne sostituisce i fini grazie al degrado raggiunto dalle forme di rappresentanza nella contemporaneità e la conseguente corruzione diffusa tra eletti ed amministratori (tra il 2013 ed la prima metà del 2014 sono state attivate in Italia più di 50 indagini giudiziarie connesse o a gravi omissioni di interventi come a Taranto e nella Terra dei Fuochi o ad episodi di corruzione nella gestione di appalti, strutture e nell’accesso ai servizi sanitari): inutile fare nostalgiche battaglie per tornare ai tempi (irrimediabilmente passati) in cui fu varata la legge istitutiva del Servizio Sanitario che pure resta una delle leggi più avanzate mai approvata in quello che nel 1978 era “l’Occidente capitalistico”.

Ecco allora svilupparsi una riflessione condivisa sulla necessità di promuovere elementi di gestione comune della sanità in modo da far si che i cittadini e soprattutto i loro bisogni di salute e di assistenza riescano finalmente a contare di più, riappropriandosi in primo luogo proprio del controllo dei fondi che fanno funzionare il servizio sanitario, che come tutti sanno vengono dai cittadini che pagano le tasse: in sostanza opporsi all’uso privato del pubblico significa fare in modo che noi che paghiamo il servizio sanitario creiamo le condizioni per cui questo lavori per noi.

Più fattori hanno concorso alla costruzione di questo fondamentale processo di innovazione politica: in primo luogo le lotte per la salute e l’ambiente hanno visto in Umbria nascere e radicarsi molte esperienze di rappresentanza dal basso in cui cittadini esposti a rischi involontari per la presenza di inceneritori, discariche, cementifici, impianti di produzione di energia da biomasse o insediamenti produttivi o per la semplice utilizzazione di materiali insalubri (es.: plastiche nella refezione scolastica), vedevano la propria domanda di salute evitata dai servizi di prevenzione ambientale di ASL e ARPA, addirittura sottratti i primi alle relazioni con i territori tramite la costituzione di Dipartimenti di Prevenzione esterni ai distretti sanitari, cioè autoreferenziali rispetto ai bisogni di salute, mentre l’ARPA si sostanzia in un organismo tecnocratico che non prevede alcuna forma di interazione strutturata con chi dal basso segnala rischi per la salute e danni all’ambiente!

Oltre all’ingiustizia ambientale anche l’ingiustizia distributiva ha dato il suo contributo alla ricerca di una migliore sanità, “grazie” alle sperequazioni che, costruite due ASL grandi ognuna quanta mezza Regione, derivano dal fatto che non sono equi i meccanismi di distribuzione dei fondi ai diversi territori che le compongono, segnati da diverse dotazioni di servizi e condannati dalla attuale legge regionale a ricevere fondi sulla base della spesa storica e quindi a restare con i servizi che hanno: si da di più a chi ha già di più e si da di meno a chi ha già di meno, il che spiega bene la lotta di alcuni gruppi di interesse locali per conquistare il controllo politico sulle direzioni aziendali di ASL ed Aziende Ospedaliere (che godono di ampia discrezionalità nella assegnazione di risorse) e la reazione di alcuni territori che come nell’Orvietano e nel Ternano, sentendosi sovradeterminati ed espropriati di risorse e sovranità, hanno fornito un grande contributo alla nostra proposta.

Nel processo di elaborazione collettiva per la gestione comune della sanità hanno avuto il loro peso anche le indicazioni di prestigiosi economisti, come Elinor Ostrom, premio Nobel per l’economia nel 2009, che con i suoi studi ha fatto emergere alcune condizioni attraverso cui delle comunità in diverse circostanze e diverse parti del mondo, sono riuscite a mantenere vive ed efficienti nel tempo esperienze di gestione comune, dimostrando appunto che oltre ai modi di gestione privato e pubblico, esiste anche un terzo modo di gestire i beni collettivi (chi volesse approfondire questi aspetti può consultare i materiali presenti nel sito di ISDE Umbria). Secondo Ostrom un common non si esaurisce se:

  1. la comunità che lo gestisce assume una chiara definizione delle possibilità e dei limiti della risorsa;
  2. le regole in uso sono adeguate alle esigenze ed alle condizioni locali;
  3. tutti gli individui tenuti a rispettare queste regole possono partecipare alla modifica delle stesse;
  4. il diritto dei membri della comunità a stabilire le proprie regole è rispettato dalle autorità esterne;
  5. esiste un sistema in grado di auto monitorare il comportamento dei membri;
  6. opera un sistema di sanzioni progressive;
  7. i membri della comunità hanno accesso a meccanismi di risoluzione dei conflitti a basso costo.

Tutto questo ha portato alla presentazione nell’autunno 2012 di proposte per migliorare la legge regionale di organizzazione del Servizio sanitario, proposte che, se non sono riuscite a modificarne l’impianto durante la stesura, hanno però trovato riscontro in un ordine del giorno dei capigruppo della maggioranza in Consiglio Regionale (delibera n 185 del 6 novembre 2012) che impegnava la Giunta Regionale a valutare la possibilità di procedere ad una ripartizione del fondo sanitario analoga a quella da noi richiesta, entro i tre anni di attività della legislatura regionale.

Per rafforzare questo indirizzo istituzionale, della cui assunzione da parte della Giunta non siamo stati capaci di cogliere segnali, abbiamo così promosso nell’autunno inverno 2013-2014, una campagna di raccolta di firme su una legge di iniziativa regionale per modificare gli articoli della vigente legge di organizzazione del Servizio Sanitario Regionale, concentrandoci proprio sugli aspetti del finanziamento, della programmazione e valutazione partecipata e della titolarità di chi nei territori vive e lavora a concorrere al governo di tutti i servizi che pure finanzia al fine di ricevere una appropriata risposta ai propri bisogni di salute e di assistenza (nel sito di ISDE Umbria trovate il testo delle modifiche di cui si chiede l’introduzione).

La campagna è stata supportata da una forte iniziativa dal basso tra quanti condividevano il problema, creando una tanto eterogenea quanto funzionale aggregazione di soggetti ( molti comitati territoriali, alcune associazioni di cittadini e di attivisti sociali, parti di partiti politici – il PDCI dell’Orvietano e del Ternano che ha aperto una riflessione sulla gestione comune nello sforzo di innovare i propri orizzonti programmatici – società scientifiche come ISDE, singolarità, ecc), portando alla creazione di una rete regionale capace di raccogliere le tremila (3000) firme necessarie, con ciò dimostrando che tematiche concettualmente astratte possono divenire oggetto di condivisione ed iniziativa politica da parte di ampi settori della popolazione, ove rispondano a problemi reali.

Come informa il comunicato dell’agenzia stampa del Consiglio regionale giovedì 10 luglio si è svolta la prima audizione, in cui siamo stati ascoltati dalla prima e terza commissione consiliare riunite in seduta congiunta; dopo l’audizione, alcuni consiglieri hanno espresso pubblicamnte interesse, una attenzione di cui li ringraziamo.

Pur nell’assenza di un calendario definito dei lavori che nei prossimi mesi queste commissioni svilupperanno per raccogliere pareri e valutazioni sulla nostra proposta di legge – ci è stato detto che i lavori riprenderanno verosimilmente a settembre – si tratta di continuare a sviluppare la costruzione di quella rete di relazioni e alleanze tra comitati che lottano su salute e ambiente, territori che si battono contro l’ingiustizia distributiva e gli altri movimenti che attraversano con le loro istanze di democrazia la nostra società: in particolare in questo momento, oltre alle relazioni già acquisite è molto importante sollecitare prese di posizione da parte dei sindaci e delle amministrazioni comunali, che molto spesso si vedono scavalcati dalle decisioni assunte sulla sanità dei loro territori e possono quindi rappresentare ulteriori alleati, puntando a far prendere posizione all’ANCI regionale.

Se in generale è poco probabile che in questo specifico quadro politico le nostre proposte verranno accettate, è in ogni caso molto importante continuare a lavorare per rendere sempre più ricca e diffusa la rete di quante e quanti pensano che debbano essere messe in atto, sotto diverse forme e in diversi contesti: prendere il controllo dei servizi che pure paghiamo è un processo lungo e difficile, che vede le elites ed i loro rappresentanti schierati per imporci i loro interessi e espropriarci della ricchezza che produciamo in comune, in un crescendo di attacchi quotidiani alla nostra vita ed alla qualità del nostro ambiente che svuota di senso la prima e devasta irrimediabilmente il secondo, al solo fine di fare ancora più soldi.
Alla pochezza delle elites e della finanza, rispondiamo arricchendo ogni giorno di più la nostra capacità di gestire in comune la nostra vita.

Carlo Romagnoli [carloromag AT yahoo DOT it] Comitato promotore proposta di legge di iniziativa popolare

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