Arlecchini. In Umbria porte aperte alle multinazionali del tabacco

Mentre da più parti e, con sempre maggiore frequenza, ci si interroga sulla reale portata degli accordi di libero scambio tra gli Stati Uniti e l’Unione Europea (TTIP, vedi dossier l’altrapagina lug/ago 2015), con il dubbio che quello che è stato definito il più grande accordo commerciale del mondo – 120 milioni di incremento del Pil e due milioni di posti di lavoro ipotizzati – serva a legittimare scelte politiche da parte di governi alla disperata ricerca di consenso piuttosto che a lenire disoccupazione e crisi economica, c’è un presidente del consiglio in Europa che si fa, più di altri, in quattro pur di spalancare la porta a lobbies e multinazionali americane.
Matteo Renzi non aveva fatto in tempo il 14 ottobre dello scorso anno a dichiarare che l’accordo è “una scelta strategica che ha l’appoggio totale ed incondizionato del governo italiano” ed eccolo, dopo qualche giorno, volare in quel di Crespellano a Bologna per inaugurare la nuova fabbrica della Philip Morris ove verrebbe prodotta la mirabolante sigaretta ibrida per la quale anche il guru dell’oncologia Veronesi s’è sentito in dovere di spendere qualche parola di incoraggiamento (ma non è certo la prima volta, dai tempi dei filtri all’amianto delle Kent, che chirurghi alimentano l’idea che sia possibile rendere più sane,o meno dannose,le sigarette).

Dicevamo delle lobbies, quelle legate alle multinazionali, molto attive negli ultimi mesi in Italia. Ed anche generose.
Come si è letto su Il fatto quotidiano del 23 luglio la British American Tobacco (Bat) aveva versato nel luglio dello scorso anno 100mila euro nelle casse della Open, “la fondazione da finanziare per scommettere sull’ascesa di un politico ma ormai diventata la cassaforte personale del Presidente del Consiglio”.
Erano i giorni nei quali il governo, alla ricerca di un equilibrio tra proventi derivanti dalle accise e pressioni delle industrie preoccupate dai rincari, si apprestava a rivedere la tassazione del settore, che alzava la componente fissa delle accise che penalizza i marchi di fascia bassa come quelli della Bat.
Una partita riapertasi questa estate,con la Philip Morris, l’altra multinazionale del settore, che aveva ottenuto una revisione più favorevole per le sue sigarette di fascia alta, gettando sul piatto l’investimento dello stabilimento di Crespellano.

Un ruolo, quello delle multinazionali del tabacco, che ha trovato la sua consacrazione nell’accordo stipulato, sempre nel luglio scorso, a Palazzo Chigi, dove alla presenza del Presidente del Consiglio e dei ministri dell’agricoltura e dell’ambiente, il colosso americano si è impegnato ad acquistare tabacco coltivato in Italia per 80 milioni di euro all’anno: coltivazioni, ça va sans dire, che mirano a produzioni eccellenti, ”innovative”, caratterizzate da risparmio energetico e razionalizzazione nell’impiego dell’acqua. E soprattutto per “tutelare il reddito dei cinquantamila addetti alla lavorazione del tabacco” come ha tenuto a sottolineare il ministro Martina.

Al coro si è subitaneamente associata Fernanda Cecchini, il neo assessore all’agricoltura della Regione Umbria dove si produce il 35% del tabacco nazionale, che, sulle orme della ex governatrice Maria Rita Lorenzetti, intonando il mantra delle buone pratiche e della sostenibilità ambientale, dichiarava il suo apprezzamento per la Philip Morris che investe per il made in Italy ”auspicando analoghi accordi con Japan Tobacco ed altre multinazionali del settore”.

Nel numero de l’altrapagina dello scorso mese, presentando il dossier sui trattati di libero scambio tra Usa ed Unione Europea, non abbiamo fatto mistero di cosa ne pensiamo.

Tra i settori più esposti alle mire delle multinazionali americane ed europee c’è proprio l’agricoltura, sottoposta a forme di produzione industriale estremamente nocive come avviene nel settore della produzione del tabacco. Ed abbiamo anche sostenuto che non ci facciamo soverchie illusioni sull’insieme della classe politica, specialmente su coloro che hanno sposato la causa dei TTIP senza conoscere quello che sottoscrivono.

Renzi, come ha scritto di recente il filosofo Rino Genovese per la rivista fiorentina Il Ponte fondata da Pietro Calamandrei, è una figura anfibia, per una metà prosecuzione del berlusconismo, con il mito di un uomo solo al comando e per l’altra metà espressione della vecchia tecnica democristiana di tessere reti clientelari.
“Il renzismo” scrive Genovese ”semplicemente non esiste, il suo leader è una specie di uomo di fumo”.
Di fumo appunto, è proprio il caso di dirlo.

Gli accordi con le multinazionali del tabacco si spiegano con il fatto che per la prima volta dal Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR), sono state escluse la fabbricazione, la trasformazione e la commercializzazione del tabacco, settore che ha goduto per lustri di aiuti cospicui, proprio perché i progetti finanziati devono, secondo quanto enunciato, “essere compatibili con le disposizioni dei trattati, gli atti adottati in virtù di questi e le politiche comunitarie, soprattutto quelle riguardanti la protezione dell’ambiente, i trasporti, la concorrenza ecc”.
Progetti la cui compatibilità, forse, dovrà prima o poi pure misurarsi con la lotta al tabagismo e con le campagne contro il fumo indette dalla Comunità e dai singoli stati.
Per una volta che l’Europa ci ha chiesto qualcosa di sensato…

Oggi chi percorra la E45 e le strade che la affiancano nel tratto della Valtiberina compreso tra la periferia a nord di Perugia fino a Città di Castello e a Sansepolcro non può non accorgersi che piante di tabacco sono state seminate in ogni dove, perfino negli orti di casa. Si scorgono appena, qua e là, nel mare di foglie dal verde intenso, rettangoli di mais o fazzoletti di foraggio.
Sull’uso dissennato di pesticidi in agricoltura o altrove, come sa chi legge l’altrapagina, siamo intervenuti più volte negli ultimi tempi, basandoci sui documenti e sugli studi promossi dai medici dell’Isde che fanno riferimento ai principali centri mondiali di ricerca sulla diffusione di molte malattie sospettate di essere legate all’ambiente (diabete, morbo di Parkinson, alcuni tipi di tumore, deficit intellettivi, celiachie ecc).
Per quel che riguarda la coltivazione e la trasformazione del tabacco abbiamo riportato le denunce di quanti, medici, biologi, agronomi, sollecitati da alcune associazioni dei territori umbri e toscani, hanno lanciato l’allarme sui rischi che corrono agricoltori e lavoratori stagionali della cui vita e salute, dopo i drammatici casi riportati dalle cronache di questi giorni, pure dovrebbero dire i ministri della repubblica, oltre che preoccuparsi dei redditi (da fame) percepiti, sovente, da chi lavora la terra.
E soprattutto non siamo insensibili al lamento di dolore di quanti, proprio a causa delle pratiche messe in atto nell’Alta Valle del Tevere ne hanno subito le conseguenze: da chi si deve barricare in casa e chiudere porte e finestre per non respirare veleni, a chi non si può cibare di quanto coltiva nel proprio orto.
Per non parlare di chi ha visto ammalarsi e morire i propri congiunti.
Si può immaginare cosa possa significare per i territori della Valtiberina un’esposizione ai veleni pianificata per i prossimi cinque anni.

Oggi, prendendo in considerazione tutte le esposizioni chimiche cui l’essere umano è soggetto nell’ambiente in cui vive, è necessario cambiare paradigma, è necessario uno nuovo modo di pensare.
Se siamo di fronte ad una crisi ecologica globale è davvero necessaria un’ecologia integrale.
Energia, clima, biodiversità e salute sono quattro dimensioni fondamentali per il futuro dell’umanità.
La crisi sanitaria è la quarta grande crisi all’interno della crisi globale. Per rimediare è necessaria una vera e propria rivoluzione della salute pubblica simile a quella che aveva permesso nel Diciannovesimo secolo di combattere le malattie infettive.
L’esatto contrario di quanto hanno fatto e stanno facendo i governi nazionali e regionali che hanno contribuito alla demolizione di quel che rimane dello Stato sociale, mettendo in mora i diritti dei lavoratori e mettendo a rischio salute ed ambiente e che si sono inchinati ai voleri delle multinazionali.

Maurizio Fratta
da l’altrapagina di Settembre 2015

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